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| Madre Teresa di Calcutta | | La vocazione e l'ingresso nella vita religiosa | Nata il 26 agosto 1910 in una benestante famiglia di genitori albanesi, di religione cattolica, all'età di otto anni perse il padre e la sua famiglia si trovò in gravi difficoltà finanziarie. A partire dall'età di quattordici anni partecipò a gruppi di carità organizzati dalla sua parrocchia e nel 1928, a diciotto anni, decise di prendere i voti entrando come aspirante nelle Suore della Carità. Inviata nel 1929 in Irlanda a svolgere la prima parte del suo noviziato, nel 1931, dopo aver preso i voti e assunto il nome di Maria Teresa, ispirandosi a Santa Teresa di Lisieux partì per l'India per completare i suoi studi. Diventò insegnante presso il collegio cattolico di Saint Mary's High School di Entally, sobborgo di Calcutta, frequentato soprattutto dalle figlie dei coloni inglesi. Negli anni che trascorse alla Saint Mary si distinse per le sue innate capacità organizzative, tanto che nel 1944 fu dichiarata direttrice.
Le Missionarie della Carità
L'incontro con la povertà drammatica della periferia di Calcutta spinge la giovane Teresa ad una profonda riflessione interiore: ebbe, come scrisse nei suoi appunti, "una chiamata nella chiamata". Nel 1948 ebbe l'autorizzazione dal Vaticano ad andare a vivere da sola nella periferia della metropoli, a condizione che continuasse la vita religiosa. Nel 1950, fonda la congregazione delle Missionarie della carità, la cui missione era quella di prendersi cura dei "più poveri dei poveri" e "di tutte quelle persone che si sentono non volute, non amate, non curate dalla società, tutte quelle persone che sono diventate un peso per la società e che sono rifuggite da tutti". Le prime aderenti furono dodici ragazze, tra cui alcune sue ex allieve alla Sant Mary. Stabilì come divisa un semplice sari bianco a strisce azzurre, che pare fu scelto da Madre Teresa perché era il più economico fra quelli in vendita in un piccolo negozio. Nel 1952 si trasferì in un tempio indù abbandonato donatole dall'arcidiocesi di Calcutta che convertì nella Casa Kalighat per i morenti (poi chiamata Kalighat, casa dei puri di cuore: Nirmal Hriday), aiutata da funzionari indiani. La vicinanza ad un tempio indù, provoca la dura reazione di questi ultimi che accusano Madre Teresa di proselitismo e cercano con massicce dimostrazioni di allontanarla. La polizia, chiamata dalla missionaria, forse intimorita dalle violente proteste, decide arbitrariamente di arrestare Madre Teresa. Il commissario entrato nell'ospedale e pare dopo aver visto le cure che essa amorevolmente dava ad un bambino mutilato, decise di lasciar perdere. Col tempo, però il rapporto fra Madre Teresa e gli indiani si rafforzò e anche se le incomprensioni rimasero, si giunse ad una convivenza pacifica Le persone portate all'ospizio venivano assistite e avevano la possibilità di morire con dignità secondo i riti della loro fede: ai musulmani si leggeva il Corano, agli indù si dava acqua dal Gange, e i cattolici ricevevano l'estrema unzione. Tuttavia Madre Teresa è stata accusata di battezzare i malati in punto di morte, senza chiedere il loro parere. Tali critiche hanno preso spunto da una dichiarazione di Madre Teresa, nella quale la suora dichiarava di offrire ai malati "uno speciale biglietto per san Pietro".
In seguito Madre Teresa aprì una casa per lebbrosi chiamata Shanti Nagar (cioè Città della Pace), e altri lebbrosari in tutta Calcutta, che fornivano medicazioni, bendaggi e cibo; poi un orfanotrofio. La fama mondiale e l'espansione internazionale dell'Ordine [modifica] La fama internazionale di Madre Teresa crebbe enormemente dopo un fortunato servizio della BBC del 1969 titolato Qualcosa di bello per Dio e realizzato dal noto giornalista Malcolm Muggeridge. Il servizio documentò il lavoro delle suore fra i poveri di Calcutta ma durante le riprese alla Casa per i Morenti, a causa delle scarse condizioni di luce, si ritenne che la pellicola si potesse essere rovinata. Tuttavia lo spezzone, quando fu inserito nel montaggio, apparve ben illuminato. I tecnici sostennero che fu merito del nuovo tipo di pellicola utilizzato ma Muggeridge si era convinto che fosse un miracolo: pensò che la luce divina di Madre Teresa avesse illuminato il video, e si convertì al cattolicesimo. Nel febbraio del 1965, papa Paolo VI concesse alle Missionarie della Carità il titolo di "congregazione di diritto pontificio" e la possibilità di espandersi anche fuori dall'India. Nel 1967 fu aperta una casa in Venezuela, a cui seguirono sedi in Africa, Asia, Europa, Stati Uniti nel corso di tutti gli anni settanta e ottanta. L'Ordine si ampliò con la nascita di un ramo contemplativo e di due organizzazioni laicali, aperte cioè anche ai laici. Nel 1981 fu fondato il movimento Corpus Christi aperto ai sacerdoti secolari. Nel 1979, ottenne infine, il riconoscimento più prestigioso: il Premio Nobel per la Pace. Rifiutò il convenzionale banchetto cerimoniale per i vincitori, e chiese che i 6000 dollari di fondi fossero destinati ai poveri di Calcutta, che avrebbero potuto essere sfamati per un anno intero: "le ricompense terrene sono importanti solo se utilizzate per aiutare i bisognosi del mondo". Alle numerose domande dei giornalisti rispose nel modo ironico e provocatorio che la caratterizzò sempre e dopo aver ricevuto il premio, attaccò duramente l'aborto. Nel corso degli anni ottanta nasce l'amicizia fra papa Giovanni Paolo II e Madre Teresa i quali si ricambiano visite reciproche. Grazie all'appoggio di papa Wojtyla, Madre Teresa riuscì ad aprire ben tre case a Roma, fra cui una mensa nella Città del Vaticano dedicata a Santa Marta, patrona dell'ospitalità. Negli anni novanta, le Missionarie della Carità superarono le quattromila unità con cinquanta case sparse in tutti i continenti. Intanto però le sue condizioni peggiorarono: nel 1989 in seguito ad un infarto le fu applicato un pacemaker, nel 1991 si ammalò di polmonite, nel 1992 ebbe nuovi problemi cardiaci. Si dimise da superiora dell'Ordine ma in seguito ad un ballottaggio fu rieletta praticamente all'unanimità, contando solo qualche voto astenuto. Accettò il risultato e rimase alla guida della congregazione. Nell'aprile del 1996 Madre Teresa cadde e si ruppe la clavicola. Il 13 marzo 1997 lasciò definitivamente la guida delle Missionarie della Carità. A marzo incontrò Giovanni Paolo II per l’ultima volta, prima di rientrare a Calcutta dove morì il 5 settembre, all'età di ottantasette anni. La sua scomparsa suscitò grande commozione nel mondo intero: l'India le riservò solenni funerali di stato che videro un'enorme partecipazione popolare e la presenza di importanti autorità del mondo intero. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Javier Pérez de Cuéllar arrivò persino a dichiarare: "Lei è le Nazioni Unite. Lei è la pace nel mondo." Nawaz Sharif, il Primo Ministro del Pakistan disse, inoltre, che Madre Teresa era "un raro e unico individuo che ha vissuto a lungo per più alti scopi. La sua lunga vita di devozione alla cura dei poveri, dei malati e degli svantaggiati è stata uno dei più grandi esempi di servizio alla nostra umanità." A soli due anni dalla sua morte, Giovanni Paolo II fece aprire, per la prima volta nella storia della Chiesa, con una deroga speciale, il processo di beatificazione che si concluse nell'estate del 2003 e fu quindi beatificata il 19 ottobre.
L'arcidiocesi di Calcutta ha aperto già nel 2005 il processo per la canonizzazione. | | Asterix | | Asterix un cult del fumetto mondiale | «Voglio che Asterix mi sopravviva e finché ne avrò la possibilità lavorerò a nuove avventure. Ma ora mi voglio proprio godere la festa per i suoi primi cinquant'anni»: Albert Uderzo, disegnatore di quello che è diventato un cult del fumetto mondiale, tradotto in 107 lingue con circa 325 milioni di libri venduti nel mondo, festeggia il mezzo secolo dei suoi ormai mitici personaggi Tutto nacque da una semplice idea: quella di fare un fumetto che avesse come argomento la storia antica francese, il suo folclore. Che ne dici dei Galli?, chiese lo sceneggiatore parigino René Goscinny a Uderzo, disegnatore di origine italiana. Così nacquero Asterix, piccolo, baffuto e sorridente, Obelix, grosso, trecciuto e gongolante. Sorse il loro villaggio, piccolo e sereno, come una grande famiglia piena di zii e di zie, di mamme e di papà, di bambini e di bambine, ognuno con le sue caratteristiche, ognuno con i suoi difetti che sono quelli, accettabili, di tutti noi. Per festeggiare i 50 anni è stato pubblicato in 15 paesi (in Italia da Mondadori) l'album numero 34, intitolato L'anniversaire d'Asterix et Obelix, le livre d'or (Il compleanno di Asterix e Obelix, il libro d'oro) con una tiratura complessiva di 3,5 milioni di copie, delle quali circa un milione solo per la Francia. Naturalmente, sarà un altro album senza le fantastiche sceneggiature di Goscinny, morto nel 1977 all'età di soli 51 anni. «Ho disegnato un libro con tutti i personaggi apparsi nella serie. Mi piaceva l'idea che ciascuno di essi avesse un ruolo per la festa del compleanno», ha detto Uderzo, rivelando di aver realizzato brevi storie nelle quali ciascun personaggio invia un messaggio di auguri ad Asterix e Obelix o cerca per loro il regalo più adatto. Il 29 ottobre, giorno esatto del compleanno di Asterix, c'è stata l'invasione di Parigi da parte dei Galli. La grande manifestazione intitolata Les Gaulois envahissent Lutece, I Galli invadono Lutezia (così si chiamava Parigi ai tempi di Asterix) ha avuto come scenario una dozzina di luoghi storici della capitale, come l'Ile de la Citè, Champs de Mars e Place de la Concorde. | | Gengis Khan | | di Giuseppe Ivan Lantos | “Io vengo dal barbaro Nord. Indosso le stesse vesti e mi sfamo dello stesso cibo dei pastori di vacche e dei mandriani di cavalli. Facciamo gli stessi sacrifici e ci dividiamo le ricchezze. Guardo alla Nazione come a un nuovo figlio appena nato e mi curo dei miei soldati come se fossero i miei fratelli. I miei progetti s'accordano sempre con la ragione. Quando faccio il bene, ho sempre cura che sia per la mia gente. Quando mobilito le schiere dei miei soldati, mi pongo sempre alla loro testa. Mi sono trovato in cento battaglie e mai mi sono chiesto se ci fosse qualcuno dietro di me. Ho affidato il comando delle truppe a coloro l'intelligenza dei quali era pari al coraggio. A chi era laborioso e capace ho assegnato la cura degli accampamenti. Agli zotici ho fatto mettere in mano la frusta e li ho mandati a sorvegliare il bestiame". Questo è l'autoritratto di un personaggio che un'indagine promossa a livello internazionale dal quotidiano americano Washington Post, nel 1996, aveva designato come "Uomo del Secondo Millennio". Era nato ottocentotrentaquattro anni prima, in Mongolia, si chiamava Gengis Khan. Questa è la sua storia che sconfina nella leggenda. L'abbiamo ricostruita secondo quello che è narrato nella Mongol-un Nigucha Tobchiyan, La storia segreta dei mongoli, nel XIII secolo da una specie di Omero mongolo. In calce, l'autore ha voluto ricordare che l'opera è stata scritta sotto il regno di Ogodei, figlio di Gengis Khan, nel settimo mese dell'anno del Topo, cioè nel 1240, soltanto diciassette anni dopo la morte di Gengis Khan. La storia segreta dei mongoli, definita "segreta" perché la sua lettura era riservata ai soli membri della famiglia imperiale, composta nell'antico alfabeto uiguro, era andata perduta, ma a metà dell'Ottocento ne fu miracolosamente rinvenuta una copia trascritta in cinese. Oggi essa è studiata nelle scuole della Mongolia come testo obbligatorio e il suo valore è paragonabile a quello che ha la Divina Commedia in Italia. Il bambino che sarebbe diventato Gengis Khan venne al mondo nel 1162, esattamente cento anni prima di Marco Polo, nel nord della Mongolia, tra le montagne del Khentii Aimag, a Deluun Boldog sul monte Burkhan Khaldun (la Montagna Sacra) tra le rive del fiume Onon e vicino al fiume Kherlen, non lontano da Ulaan Baataar, l'odierna capitale mongola. Abitata, secondo le più recenti ricerche archeologiche, fin dal periodo Paleolitico, la Mongolia fu descritta, per la prima volta, agli europei dal frate Giovanni da Pian del Carpine, uno dei primi discepoli di san Francesco, inviato nel 1245 in missione presso la corte del Gran Khan, Guyuk, nipote di Gengis Khan. da papa Innocenzo IV Durante il suo viaggio il francescano incominciò a scrivere il trattato Historia Mongalorum nel quale riferiva: "Non esistono borghi o città, ma ovunque terreni sterili e sabbiosi, il luogo è spoglio d'alberi e adatto per il pascolo degli armenti, l'Imperatore stesso, i principi e tutti si scaldano e cuociono il cibo, facendo fuoco con sterco, il clima è tutt'altro che temperato". Il termine "mongolo " fu utilizzato per la prima volta dai cinesi all'epoca della dinastia Tang (618-907). Il Paese s'estendeva a nord della "via della seta", terra delle steppe, e dei quattro deserti flagellato da venti furiosi, rovente d'estate e ghiacciato d'inverno, con un territorio che s'estendeva dai mari della Cina, ai pascoli d'Ungheria. Popolato fin dalle origini da nomadi cacciatori o pastori, gente barbara e feroce, cavalieri eccezionali sempre in sella, abilissimi nell'uso dell'arco, abituati a marce ininterrotte di settimane. organizzati in clan familiari che facevano capo a tribù spinte a combattersi tra loro e a far guerra ai vicini, Gli europei ben conoscevano una di queste tribù, gli Unni, e il loro capo, Attila che avevano soprannominato il "flagello di Dio", il quale, nel 337, era partito dalle pianure centrali dell'Asia muovendo verso occidente. Dopo aver conquistato i Balcani e assediato Costantinopoli, attaccò la Francia e nel 452 scacciò da Ravenna l'imperatore Valentiniano III. Poi depredò Aquileia e si diresse verso Roma. Alle porte della capitale, secondo altri sulle rive del Po, nell'attuale Governolo frazione di Roncoferraro, in provincia di Mantova avvenne l'incontro, per molti aspetti misterioso, con papa Leone I che lo convinse a ripiegare. Attila si può considerare un precursore delle gesta di Gengis Khan, e, oggi, i mongoli, lo ritengono una figura fondamentale della storia del loro Paese e lo venerano come un eroe nazionale, secondo soltanto allo stesso Gengis Khan. E una capoclan e capotribù era il padre del futuro fondatore dell'impero mongolo. Era Yesughei il Valoroso, il capo del clan Borgighin, "occhi grigi", e della tribù dei Kiyade, primo propugnatore dell'unità delle numerose tribù mongole che si aggiravano per la steppa a nord del deserto del Gobi. Sua madre era la bellissima Hülün, della tribù Merkit. Il loro matrimonio, secondo le profezie dei saggi, sarebbe stato segnato dalla nascita di un bambino destinato a diventare il conquistatore del mondo. Il piccolo vide la luce sotto la cupola di feltro di un ger, la tipica tenda mongola. Secondo la tradizione era il giorno chiaro del primo mese dell'estate dell'anno del Cavallo d'acqua del terzo ciclo e il neonato stringeva nel piccolo pugno un grumo di sangue, indizio di un futuro da grande guerriero. Gli venne imposto il nome di Temugin, il fabbro, per celebrare la recente vittoria del padre contro l'omonimo capo tartaro. In seguito da Yesughei e Hülün nacquero tre figli maschi, Khasar, Khajiun e Temuge, e una femmina, Temulin. Fin da bambino, secondo le usanze, fu lasciato solo a se stesso in compagnia dei suoi coetanei, con i quali doveva disputarsi quotidianamente il cibo avanzato dagli adulti. Era, infatti, diffusa la convinzione che se un bambino riusciva a sopravvivere con le proprie forze, senza alcun aiuto da parte dei genitori, ciò significava che godeva della benedizione degli dei e che le esperienze che era stato costretto ad affrontare ne avrebbero fatto un guerriero forte e coraggioso. Se invece soccombeva, neppure i suoi genitori avrebbero pianto sulla sua tomba, perché questo significava che gli dei lo consideravano indegno di diventare un uomo. All'età di nove anni suo padre decise di metterlo alla prova. Temugin dovette affrontare Razar e Finer, i due feroci cani addestrati da Yesughei a uccidere. Dopo il primo istante di panico, il ragazzo dimostrò il suo coraggio e la sua astuzia soggiogando i cani con lo sguardo e riuscendo a fuggire senza essere aggredito. Superata con successo questa specie di rito d'iniziazione, Yesughei si convinse del fatto che suo figlio poteva essere considerato adulto, e dopo avergli fatto domare il suo primo cavallo, i due si misero in viaggio per incontrare i clan più lontani. La leggenda narra che, ospiti nell'ordu, il campo, di Dai Sescen capo dei Qongghirat, Temugin s'innamorasse della bella figlia del capo, Bödi dieci anni. Più verosimilmente i due padri s'impegnarono in un accordo matrimoniale che rientrava nella politica d'alleanze di Yesughei, il quale come pegno offri il proprio stallone nero a Dai Sescen, e lasciò al campo Temugin perché lavorasse gratuitamente per il futuro suocero, e fornisse buona prova di sé prima del matrimonio, che si sarebbe potuto celebrare soltanto quando, secondo le usanze, Böavesse compiuto quattordici anni. La permanenza presso Dai Sescen si rivelò molto utile al giovane. Infatti, le frequenti visite al campo di mercanti cinesi gli permisero di conoscere i costumi delle genti che vivevano al di là dalla Grande muraglia, raccogliendo informazioni, che in futuro gli sarebbero state proficue sulle loro città, sui loro armamenti e sul loro modo di fare la guerra. Ma, un brutto giorno, Temugin venneraggiunto da un membro della sua tribù il quale gli annunciò che Yesughei stava morendo avvelenato dal cibo offerto da una tribù rivale che, fingendo amicizia, lo aveva ospitato. Arrivato al proprio campo, a Temugin non restò che piangere la scomparsa del padre e tentare di di proclamarsi suo successore, gli altri capi clan, però, lo ritennero troppo giovane e non soltanto gli negarono l'assenso, ma decisero anche di abbandonarlo e nonostante gli sforzi della vedova Hülün e dello stesso Temugin, il grande ordu di quarantamila ger cominciò a disgregarsi. L'erede di Yesughei si ritrovò solo con la sua famiglia e ridotto praticamente in miseria, tuttavia non si arrese, ma proprio quando sembrava in grado di poter ricominciare a espandere la sua tribù fu attaccato dal rivale Targhutai, che aspirava a diventare capo supremo dei mongoli. Costretto a fuggire, Temugin decise di combattere Targhutai e le altre tribù che cercavano di imporre la propria supremazia. Fu uno scontro generazionale nel quale il giovane guerriero diede prova di quelle doti che l'avrebbero consegnato alla storia e che fecero accorrere sotto i suoi stendardi molti altri giovani guerrieri i quali vedevano in lui il nuovo capo supremo destinato a mettere in atto l'unità del loro popolo e tra questi Jelme, Sübetei, Jebe, Muqali destinati a diventare i suoi generali, che per fedeltà e coraggio le cronache definirono i suoi "cani". Un giorno, rivolto a Sübetei gli disse: «Mi farò topo per rubare il cibo e conservarlo per te. Mi farò corvo per catturare anche la più piccola briciola da donarti. Mi farò feltro per coprirti e per avvolgermi insieme a te»: Con le vittorie sui clan e le tribù avversarie, giunse il tempo di onorare la promessa di matrimonio che suo padre e il padre di Börte s'erano scambiati. Temugin, diciassettenne, partì per il campo degli Qongghirat, e rapì la ragazza secondo il rituale che avrebbe consacrato il loro matrimonio. Qualche tempo dopo le nozze il campo di Temugin fu attaccato dai Merkiti, uomini delle foreste del nord, considerati barbari fra i barbari, che sequestrarono Börte. Con l'aiuto di clan suoi alleati, Temugin organizzò una spedizione per vendicare l'affronto e riprendersi la moglie. I rapitori furono sterminati, il loro campo raso al suolo e Börte riportata a casa, incinta. Temugin non sapeva se la creatura che la sua sposa portava in grembo fosse sua o il frutto della violenza dei sequestratori. Nacque un maschio al quale venne dato il nome di Gioci, che significava l'ospite o l'accettato, ma che Temugin considerò sempre come proprio primogenito. Börte gli diede altri tre figli Chagatai, Ogodai Khan, il successore, e Tolui. Secondo le usanze mongole, Temugin ebbe altre otto moglie e un numero imprecisato di concubine dalle quali ebbe altri figli. L'anno di svolta nell'esistenza di Temugin e, se vogliamo, per la storia dell'umanità, fu il 1206. Il 9 maggio tredicimila tende s'accamparono per il quriltai, l'assemblea generale dei principi, Temugin fu proclamato capo universale del Yeke Mongol Ulus, il Grande Stato Mongolo, e assunse il nome di Gengis Khan. Il gran sciamano Kokchü annnunciò che Möngü Kökö Tengri, l'eterno Cielo Azzurro, aveva creato Gengis suo rappresentante in terra, il clan dei Borgighin divenne l'altan uruk, la Stirpe d'oro. Tra le prime iniziative di Gengiz vi fu quella di organizzare lo Stato mongolo su basi feudali, sotto il dominio suo e della sua famiglia. Furono proibite organizzazioni tribali, tranne nei casi in cui si adattassero al nuovo ordinamento che era basato su un'organizzazione decimale dell'esercito come sistema permanente sia in pace che in guerra. Sebbene l'attenzione maggiore di Gengis fosse rivolta all'esercito, che munì di un reparto d'élite, la Guardia del corpo del Khan, formata da settemila uomini selezionati con cura e che godevano di un trattamento speciale, volle dotare la sua gente di un Grande Yasa, un codice di comportamento, fatto di regole civili e penali che fu considerato da di mongoli un documento magico e un talismano di vittoria. Era stato redatto dagli scribi nella forma mongola dell'alfabeto Uiguri voluta come ,lingua ufficiale dallo stesso Gengis Khan. Il codice conteneva precetti morali: onorare i virtuosi e gli innocenti; rispettare gli uomini saggi e colti di qualunque popolo; amarsi reciprocamente; dividere con un ospite il proprio pasto; non rubare; non commettere adulterio; non fornire falsa testimonianza; non compiere tradimenti; risparmiare gli anziani e i poveri; rispettare tutte le religioni ma senza dare la preferenza ad alcuna. Secondo il codice, il potere del Khan era determinato dallo statuto del servizio obbligatorio, il quale dichiarava che nessuno poteva abbandonare il posto nel quale fosse stato assegnato o qualsiasi lavoro gli fosse stato affidato. L'onere era distribuito con equità, senza tener conto delle ricchezze o della posizione sociale di alcuno. Lo Yasa contemplava i poteri necessari per riscuotere le tasse, per la coscrizione e per il servizio postale, e obbligava tutti i mongoli fisicamente validi alle grandi battute di caccia che si tenevano in inverno, in parte per provvedere al rifornimento di carne, ma soprattutto come manovre militari che si svolgevano sotto il controllo del Khan. Erano dispensati da doveri e da tasse i sacerdoti di ogni religione, i medici e gli studiosi. La legge criminale puniva di norma con la morte i reati contro le persone, la proprietà, il matrimonio, l'ordine pubblico e lo svolgimento della giustizia; la stessa pena era applicata ai golosi. La condanna a morte era comminata anche per offese gravi contro la disciplina e l'organizzazione militare, per azioni come la carità verso i prigionieri senza il consenso di chi ne aveva ordinato la cattura, o come il rifiutarsi di consegnare uno schiavo o un prigioniero scappato per evitarne una nuova cattura, o come il possedere un cavallo rubato senza essere in grado di pagare la multa per il furto, o il mettere il piede sulla soglia della tenda di un capo militare. E ancora per aver cercato i favori di chiunque altro che non fosse il khan, in caso di frode commerciale o bancarotta, e per speciali offese religiose o rituali, come per esempio macellare animali alla maniera musulmana in contrasto col rito mongolo, farsi il bagno nell'acqua corrente, urinare nell'acqua o nelle ceneri o dentro una tenda. Offese meno gravi venivano punite con pesanti multe o con bastonature. L'esecuzione di membri del clan reale avveniva senza spargimento di sangue, ma uccidendoli a bastonate avvolti in un tappeto. La disciplina nell'esercito era severa e pratica. Gli ufficiali dovevano ispezionare le armi e l'equipaggiamento dei loro uomini prima delle battaglie, e porre rimedio a tutti gli inconvenienti che potevano capitare, per non incorrere in qualche punizione in seguito all'ispezione del Khan. Se qualcuno lasciava cadere qualcosa durante la battaglia, l'uomo che cavalcava dietro a lui doveva recuperargliela. Saccheggiare senza permesso, abbandonare un compagno e addormentarsi durante i turni di guardia, erano comportamenti puniti con la morte. Gli ufficiali che non seguivano le istruzioni del Khan o che non riuscivano a mantenere il controllo sui loro uomini durante una spedizione, venivano rimossi dalla loro carica. A un uomo che fisicamente fosse assai più resistente degli altri non doveva essere affidato un posto di comando, poiché, non soffrendo per la fame e per la sete nella stessa misura degli altri, ne avrebbe ridotto l'efficienza. Tutto ciò non deve far credere a una metamorfosi di Gengis Khan da guerriero, quale era stato fino ad allora e quale era, in pacifico statista. Se una metamorfosi si verificò fu quella da guerriero a conquistatore. C'era ancora una popolazione mongola fuori dal suo controllo, quella degli Xia Occidentali. Il nuovo Khan decise che doveva sottometterli, mosse loro guerra e vinse. Quando, nel 1209 venne stipulata la pace, gli Xia Occidentali erano praticamente ridotti a un protettorato e il loro imperatore divenne un vassallo di Genghis Khan. Era venuto il momento di guardare oltre i confini della Mongolia. |
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